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Cartellone 1992




SETTEMBRE (SYYSKUU)
Accademia di Francia, 20, 21, 22 luglio 1992
Evento
Rassegna stampa
Coreografia Carolyn Carlson
Musica composta e improvvisata al violino Mikko-Ville Luolajan-Mikkola
Musica registrata Markku Luuppala (sassofono e clarinetto basso), Mikko-Ville Luolajan-Mikkola (pianoforte, violino e contrabbasso), Pirjo Bergström (voce)
Disegno luci Claude Naville
Scenografia Carolyn Carlson, Claude Naville, Mikko Kurenniemi
Costumi Helsinki City Theatre
Danzatori Harry Heikkinem, Marjatta Jaatinem, Kirsi Karlenius, Jyrki Karttunen, Riikka Korppi-Tommola, Harri Kuorelahti, Helena Pasenen, Jyri Pulkkinen, Sami Saikkonen, Ville Surmunen, Kaisa Torkkel

Assistente alla coreografia Maisa Savolainen
Tecnico luci Risto Heikkero, Kari Lappala, Markku Penttila
Tecnico Suono Antero Mansikka, Eradz Nazimov, Jyrki Sandell
Assistenza alla direzione Jukka Kekkonen
Direzione di scena Antti Laurikainen, Christer Backstrom, Juhani Sevon
Allestimento scenico Juhani Rytkola
Trovarobe Arja Koskinen
Fotografia Jussi Aalto
Produzione Théâtre de la Ville, Parigi

Per Settembre (Syyskuu), nato ad Helsinki nel maggio del 1991, Carolyn Carlson ha seguito le suggestioni nate dalle poesie di Elliot e dal dipinto L’angelo ferito del pittore finlandese Hugo Simberg, racconto della storia di un uomo che ha perso le ali, simbolo della sua spiritualità. Syysukku, che in finlandese significa "settembre", è la continuazione ideale di Elokuun (agosto), le due coreografie insieme a Maa (Terra) sono il risultato di un anno di lavoro con i ballerini scandinavi e dell’assidua collaborazione con il compositore Mikko-Ville Luolajan-Mikkola (che esegue ed improvvisa dal vivo le sue musiche).
Un danzatore di spalle, in abito nero e dal volto pallido, accoglie il pubblico in sala, alludendo con molta precisione all’immagine de Lo sguardo del sordo di Robert Wilson.
Lo spettacolo, una lunga suite della durata di quasi due ore senza intervallo, si suddivide in due parti. E mentre la prima è vissuta en plein air, racchiusa tra il suono delle campane e gli ultimi accordi della Carmen di Bizet, la seconda si svolge all’interno di una casa rovinata, dagli arredi essenziali. Una sedia, un armadio, un singolare pianoforte strappato a metà, una poltrona, una finestra trifora che consente il gioco di interscambio tra interno ed esterno sono gli oggetti attraverso cui si animano le sequenze di immagini danzate.
La materia narrativa, seppure sfuggente (e forse anche poco importante), è riconducibile alle saghe nordiche: in un’atmosfera polverosa, dai libri sparsi sulla scena, prendono dunque vita i personaggi del balletto, fantasmi del passato e dell’immaginario. La danza rimane così relegata in un mondo surreale, un mondo onirico dove dominano le diagonali ed i cerchi. Ne emerge un disegno mentale, tipico della coreografa americana, che si origina nelle emozioni e negli schizzi poetici di cui ella stessa è autrice: «non è importante che il pubblico sappia che cosa rappresentano i miei balletti; ciò che voglio è arrivare dritto all’anima di ognuno».

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