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Cartellone 1986




LE RACINE QU’UN CORPS DÉFIGURÉ

Opera-balletto basata su Fedra di Jean Racine
Villa Medici – Piazzale, 14 giugno 1986 Musica e libretto Sylvano Bussotti
Direzione Massimo De Bernart
Studi musicali Dominique My
Regia Pierre Barrat
Coreografia Michel Hallet Eghayan
Assistente Thierry Roisin
Scenografia Jean Bauer
Costumi Dominique Borg, assistita da Calude Mabele e Etienne Couleon
Luci Hervé Gary
Interpreti (cantanti) Irène Jarsky, André Battedou, Giancarlo Luccardi, Jacques Bona, Jay Gottlieb
Interpreti (danzatori) Stéphane Boyenval, Jean Christophe Bacconnier, Antoine Raulin, Jocelyn Castry
Ensemble Itinéraire Jay Gottlieb (pianoforte), Florent Haladjian (percussioni), Philippe Monnier (fagotto), Philippe Roy (oboe), Patrick Sabaton (trombone), Gérard Wilgowicz (alto)

Produzione Atelier Lyrique du Rhin

Realizzata inizialmente per la Piccola Scala di Milano nel 1981, l’opera di Sylvano Bussotti è riproposta in una nuova veste e con l’aggiunta, alla sola partitura per pianoforte, di una nuova orchestrazione per cinque strumenti, affidata ai solisti dell’Ensemble Itinéraire.
Lo spettacolo, che ha inaugurato l’edizione 1986 del Festival, trova nel mito di Fedra un perfetto anello di congiunzione tra passato e presente, capace di saldare antichità classica e ascendenze barocche, fino alla sperimentazione contemporanea. Bussotti ed il regista Pierre Barrat hanno infatti trasformato l’eroina tragica, che si uccide per amore (non corrisposto) del figliastro Ippolito, in un’attrice della Comédie Française che abita in un vecchio albergo dai muri cadenti in compagnia del direttore e dell’impresario della compagnia. In questa ambientazione, l’arrivo di una troupe di ballerini, tra cui un algido e bellissimo Ippolito, innesca nuovamente il dramma dell’innamoramento e del rifiuto, fino al suicidio per avvelenamento che la protagonista compie recitando proprio i versi della scena della morte di Fedra. Ma poiché il passato classico è rivisitato dallo spirito barocco, per un intricato gioco di specchi, il direttore della compagnia non solo ha nome Racine, ma, è egli stesso invaghito del ballerino, fino al punto di arrivare a travestirsi da Fedra per esprimergli la sua passione.
Di grande modernità, nella ricerca drammatica e musicale e nella pratica di una vitale contaminazione, l’opera di Bussotti si conferma uno degli omaggi più coerenti della scena contemporanea allo spirito del barocco, dove travestimenti, ribaltamenti, perdita di saldi punti di riferimento aprono la strada alle più sperticate sperimentazioni tendenti ad arginare, con l’acume dell’intelligenza, l’inquietudine dell’uomo seicentesco.

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