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Cartellone 2004




MA
Teatro Argentina, dal 14 al 17 ottobre 2004 Coreografia Akram Khan
Musica Riccardo Nova
Testo Hanif Kureishi
Musica registrata Ictus Ensemble (composta da Riccardo Nova)
Luci Mikki Kunttu
Scene Illugi Eysteinsson
Costumi Tony Aaron Wood
Drammaturgia Carmen Mehnert
Direzione tecnica Rachel Shipp
Tecnico del suono Jukka Kaven
Regia prove Britta Pudelko
Produttore esecutivo Farooq Chaudhry
Musicisti Faheem Mazhar (voce), B. C. Manjunanth (mridanga), Natalia Rozario (violoncello)
Danzatori Eulalia Ayguade Farro, Akram Khan, Anton Lachky, Moya Michael, Inn Pang Ooi, Nikoleta Rafaelisova, Shanell Winlock

Produzione Romaeuropa Festival 2004, The South Bank Centre, Théâtre de la Ville, Singapore Arts Centre Vooruit, Tanzhaus nrw Düsseldorf, Holland Festival, Göteborg Dance and Theatre Festival, Lincoln Center for the Performing Arts
Con il sostegno di Arts Council England, The British Council

Ma, che in Indi e bengali significa sia madre sia terra, si ispira ed è ispirato al libro dell’indiana Arundhati Roy, The Algebra of Infinity Justice, una raccolta di saggi politici in cui la Roy analizza in modo molto critico le conseguenze e gli effetti della globalizzazione, battendosi soprattutto contro la politica delle grandi dighe, all’origine della progressiva devastazione del territorio.
Lo spettacolo, che mescola danzatori e musicisti, si muove attraverso il racconto del conflitto tra l’uomo e la Madre-Terra: strisciando sul palcoscenico i danzatori ripropongono la resistenza dei contadini alla distruzione che avanza, condotta attraverso riti ancestrali, raccordi profondi tra uomo e natura. Al movimento, la “religiosa” visione di Akram Khan, già ospite del festival nel 2002 con Kaash, affianca la storia di una fanciulla che non potendo avere figli, si lega agli alberi da lei stessa piantati – una fiaba, metafora radicale della simbiosi fra uomo e natura, che nata dalle immagini del coreografo stesso, è stata messa in forma narrativa da Hanif Kureishi, narratore molto amato ed apprezzato, anch’egli in felice bilico fra oriente ed occidente.
Faheem Mazhar, dalla voce straordinaria, appeso ad un albero a testa in giù apre lo spettacolo sulle note di Riccardo Nova che spazia sapientemente tra oriente e occidente (dalla simbologia della musicalità indiane alla musica elettronica) offrendo un tessuto sonoro quanto mai idoneo a questo «canto ritmico» dei danzatori, come rivela lo stesso compositore.
Ma si conclude, con guizzo cinico, con A Wonderful World che lascia infine il pubblico nell’illusione di una vita meravigliosa.
Il lavoro ha felicemente confermato la riflessione e la ricerca di Akram Khan che, capace di rinnovare l’antica tradizione del Kathak, danza classica indiana, ha sviluppato un khatak contemporaneo fatto di un perpetuo contrasto e dialogo nei movimenti fra immobilità e velocità, continuità e frattura.

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