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Cartellone 2002




FESTA DI CHIUSURA
Palazzo delle Esposizioni, 24 novembre 2002 VENERDÌ 15 NOVEMBRE: PRIME PROVE
DELL’
ORCHESTRA INTERCULTURALE DI PIAZZA VITTORIO
di di Lorenzo Pavolini (Associazione Apollo 11)

La sala prove è nel quartiere Prati. Ho trascritto in maniera imprecisa l’indirizzo e cammino per qualche isolato chiedendo in giro. Entro in un palazzo e mi lascio guidare dalle note del cimbalon di Marian. Ci salutiamo, è uno dei primi musicisti dell’orchestra che ho conosciuto, penso sia tra quelli coinvolti da subito nell’avventura. Tiro fuori il minidisc, il microfono e mi metto a registrare. Intanto stringo la mano di Raul Scebba, sta terminando di sistemare le sue percussioni al lato opposto dello studio. Ricordo quando Marian accolse Peter Sellars nella giornata dei provini per i rifugiati che avrebbero partecipato a The Children of Herakles, era giovedì 3 ottobre. Con il padre, che suona la fisarmonica. Intorno a loro si era subito formato un semicerchio di bambini - i figli dei rifugiati - che adattavano una parte del corpo, quasi sempre la testa o un piede, al ritmo di chissà quale danza rumena. Quel giorno c’era una luce bianca nel capannone dell’istituto Galilei e tutti sembravano galleggiare nello spazio. Era lì che queste prove sarebbero dovute cominciare, all’Esquilino, in una sala dell’istituto di via Conte Verde che non siamo riusciti ad allestire in tempo, nonostante gli sforzi di un gruppo di persone consistente, l’Associazione Apollo 11.
Ma adesso non è il momento di fermarci a pensare cosa è mancato, a parte i soldi. Tra dieci giorni c’è il concerto e questa è la prima volta che i musicisti proveranno tutti insieme. Marian mi chiede di riascoltare quello che ha suonato; stava provando uno dei temi della suite scritta da Mario. È soddisfatto. «E adesso senti una cosa rumena», dice. Sembra che corra con i suoi cavalletti in una selva di ragni. «Va tutto a mille!», ridacchia Raul. Arriva Houcine Ataa, tunisino dagli abiti impeccabili, qualche giorno fa lo ricordo con un completo salmone, oggi è in nero dalla testa ai piedi, elegante, i capelli impomatati, gli occhiali sfumati grigi. Tiene il telefonino accostato all’orecchio, ascolta della musica - mi fa sentire - è lui che canta. Ha due telefonini, uno è un modello che non pensavo esistesse, è formato da un auricolare e da un microfono sottile e retto come una basetta, l’altro può registrare fino ad un’ora di musica, mi assicura. Intanto è arrivato Mario, seguito da Agostino e Alberto con la telecamera. Ci sono Rahis e Bilal con l’abito del Rajastan in seta blu orlata d’oro, Sageer ha in testa il turbante. Entra Pap, un solido senegalese accompagnato dal suo djambe nella custodia di stoffa colorata, Zied accarezza la pancia dell’oud. Gli altri, in tutto sono venti musicisti, si sistemano alla spicciolata nello studio, davanti ai microfoni. Ci sono degli spartiti aperti sul pianoforte.
Gli indiani si sono accomodati in terra, Bilal ha cominciato immediatamente a cantare, mentre tutti accordano i loro strumenti, accompagnato dal fiato del suo organetto indiano. Rahis gli va subito dietro con le tabla. Sono gli unici due a non parlare italiano. Rahis vive in Corsica e Bilal è tornato due giorni fa da Jaipur dopo un viaggio precipitoso per rinnovare il suo visto. Ma sono inarrestabili. Bilal guida un’improvvisazione che coinvolge la sezione ritmica - argentino, senegalese, indiano – con il contrabbasso di Pino Pecorelli. In una sosta che sembra non arrivare mai provano le voci anche Sageer, costretto spesso a inseguire il sorriso sorprendente e i baffi di Bilal, a cui succede la timida cantante greca Filio e il calmo Houcine, sulle loro sedie. Poi una pausa dove si esce a cercare l’accendino per le sigarette. Quando si ricomincia Bilal ha già tirato fuori delle nacchere a paletta e Mario deve marcarlo stretto per ottenere il silenzio e poter cominciare le prove con gli archi, un quartetto di formazione classica, di base all’Accademia di Santa Cecilia, una ragazza tedesca, un americano, due italiani. Benny si danna a cercare sul pentagramma quello che dovrebbe suonare il suo violoncello elettrico. Si aggiungano la tromba di Omar Lopez, cubano e i flauti che producono note differenti, quello andino di Carlos Paz e il nay di Mohamed Abdàlla - che ne porta una tracolla piena, saranno trenta, tutti in bambou e li tira fuori e li cambia, di fronte a quello sempre solo dell’equadoregno. Tre ore di musica e parole in molte lingue, strumenti in continua percussione, piccole sfide, incontri da ripetere.
Saluto il massimo possibile, c’è Pino Marino che canta indiano nei corridoi, riaccompagno a casa Annamaria.
Poi, quando fermo il motorino, mi incammino verso casa sotto i portici di Piazza Vittorio e ho nelle orecchie il suono dell’orchestra ed è una sera di grande vento, si muovono le plasticacce negli angoli accanto ai pilastri, e sembrano persone.


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