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Cartellone 1993




IL DOCTOR FAUSTUS O
IL MANTELLO DEL DIAVOLO
Teatro Vascello, dal 13 al 16 luglio 1993
Evento
Multimedia
Rassegna stampa

Video e palcoscenico

Il mantello del diavolo
Snodi importanti di storie incrociate
IL MANTELLO DEL DIAVOLO
di Gianfranco Capitta

Giorgio Barberio Corsetti e Stéphane Braunschweig sono due registi giovani, rappresentativi entrambi di quanto di nuovo esiste sulla scena dei rispettivi paesi, l’Italia e la Francia. Ancor più significativa è la decisione di mettersi a lavorare insieme, di firmare insieme questo Mantello del Diavolo, rompendo la regola dell’‘autismo’ creativo propria di quasi tutti gli artisti.
Il loro incontro è avvenuto del resto ‘sul campo’ del palcoscenico, nel ’91 a Digione, mettendo in scena per quel festival di maggio ognuno un proprio spettacolo: Descrizione di una battaglia e Aiace.

Barberio Corsetti ha elaborato in tanti anni di teatro una tecnica corporea dell’attore che, prendendo da Mejerchol’d come da Steve Paxton, fa sconfinare la recitazione nella danza, in un codice di immediata e internazionale comunicazione. E ha fatto entrare nella lingua del teatro l’uso delle tecnologie televisive, rendendo l’immagine video una presenza concreta e ricca di senso. Per poi tornare, con questa strumentazione acquisita, al ‘test’, rappresentato dalla scrittura di Kafka o dalle proprie elaborazioni originali.
Braunschweig invece, con una carica non differente né inferiore di antinaturalismo (quella che gli consente di portare in scena un acclamato Giardino dei ciliegi con attori giovanissimi reinventando Cechov e le sue "vecchiaie"), ha intrapreso un uso del tutto nuovo del testo, scoprendone potenzialità nascoste. Una curiosità, quella di uno per il lavoro dell’altro, quasi inevitabile, e che si è radicata in interesse per un lavoro diverso dal proprio, ma che trova un fondamento nella ‘musicalità’ del rapporto di entrambi con il tempo e con lo spazio. E che li porta ora a mettere insieme le loro esperienze, in uno spettacolo che proprio sullo sdoppiamento si fonda. Ma c'è un altro punto di contatto forte tra i due registi: il credere fermamente alla necessità di un ‘pensiero’ sul mondo nel fare teatro, uno dei pochi luoghi in cui questo si può esprimere.

Entrambi praticano un teatro fatto di nuclei poetici e concettuali, così che il pensiero poetico diviene l’elemento più importante; e già immediatamente politico. Così si spiega, e si lega direttamente all’oggi, la scelta del venticinquesimo capitolo del Doctor Faustus, con la sua critica profonda della cultura, e la rivendicazione di un equilibrio tra l’apollineo e il dionisiaco. Per Mann l’incubo era il nazismo, oggi può essere un mondo assalito da un ritorno dell’irrazionale che prende corpo nelle fughe incontrollate di tipo ‘religioso’ come nella violenza che pare irrefrenabile nell’esistenza del singolo, nel divampare del neorazzismo, nelle guerre interetniche. In quel dialogo sulla musica tra Leverkühn e il Diavolo, Barberio e Braunschweig inseriscono altri testi, quasi piccole messinscene del Diavolo e dei suoi aiutanti, quasi il doppio dei protagonisti Faust e Mefistofele: a cominciare dai modelli classici di Marlowe e di Goethe, ma anche la Sirenetta di Andersen alle prese con la Strega, e i versi di Baudelaire sulla sifilide, e ancora Kafka. Un universo che si fa compatto e coerente attorno al grande tema della possibilità di uscire da sé. Questo reclama la parte ‘diabolica’ dello stesso Faust, il suo sdoppiamento. E a questo serve il mantello del diavolo che dà il titolo allo spettacolo. Può far uscire Faust sui mondi esterni rappresentati dai e sui monitor, mondi virtuali che spingono quella ‘uscita’, la confermano, la rendono vera e visibile, e nello stesso tempo immateriale e illusoria. Del resto quello stesso ‘mantello’, strumento di così grandi mirabilie, è anche un mantello da illusionista, da cabaret. Uno spettacolo classico, e che ancora consente al teatro di restare strumento e possibilità di lettura del mondo.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1993)


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