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CANTO FERMO INCANTO - B-A-C-H L ARTE DELLA FUGA
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  STAMPA



Cartellone 1986




CALAMBRE; HYMEN
Compagnia Maguy Marin
Villa Medici – Piazzale, 23, 24 giugno 1986Coreografia Maguy Marin
Scene e costumi Montserrat Casanova
Musica Arturo Rayon (Calambre), Gato Barbieri, Carla Bley, Carl Orff, Arturo Rayon, Michael Mantler (Hymen)
Luci Pierre Colomer
danzatori Helena Barthelius, Fréderic Cornet, Yann Gerbron de Graval, Christiane Glik, Mychel Lecoq, Françoise Leick, Maguy Marin, Catherine Polo, Jean-Marie Rase, Anna Rodriguez, Adolfo Vargas, Karin Vyncke
Interpreti (musicisti, per Calambre) Sven Lava Pohlammer, Arturo Rayon, Rodrigo Vasquez

Produzione Theatre de la Ville, C.A.C. d’Annecy, Théâtre du Merlan, Compagnia Maguy Marin (Calambre); Festival d’Avignon, Maison des Arts de Créteil, Compagnia Maguy Marin (Hymen)

Gli spettacoli proposti da Maguy Marin al Festival sembrano rimandare non a caso ai due temi fondamentali di questa edizione: i "Barocchi" per Hymen e le "Tendenze" per Calambre. Il primo si pone come una celebrazione, eccessiva e provocante, del corpo e dell’erotismo che ne scaturisce, attraverso un fasto visivo quasi orgiastico che si aggancia dichiaratamente ad un gusto barocco: lungo un percorso che tiene insieme Velasquez e Fellini, Maguy Marin giunge infine alla visione di una Madonna attorniata da monaci e suore circondati a loro volta da insegne pubblicitarie come fossero aureole, in una contaminazione che rilegge l’esuberanza del barocco in chiave evidentemente dissacratoria.
Maggiormente proiettata verso il futuro la messinscena di Calambre, letteralmente «scarica elettrica»: qui la Marin, allieva di Maurice Béjart e sospesa tra le due identità di francese e spagnola, recupera il flamenco, mettendo a punto una rappresentazione più sobria e rigorosa, in cui, come sostiene ella stessa, i ballerini si concentrano spesso su una sola parte del corpo, con la conseguenza di un maggiore controllo del gesto. La tradizione del flamenco si allaccia però, in un nuovo corto circuito, all’aggressività del rock, protagonista sul palco grazie alle tre chitarre elettriche del gruppo Soleda Distor: il risultato è una nuova celebrazione dell’energia contagiosa e inesauribile del corpo umano.

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