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Cartellone 1986




CALAMBRE; HYMEN
Compagnia Maguy Marin
Villa Medici – Piazzale, 23, 24 giugno 1986SU CALAMBRE
di Maguy Marin

Avevo alle mie spalle l’esperienza di Hymen, un balletto piuttosto “caricaturale” (io sono notevolmente “pesante” in genere). Per mettermi in una situazione completamente differente (io sono anche “gemelli”) ho desiderato, con Calambre, di lavorare a una composizione molto rigorosa, con una coreografia semplice e un piccolo numero di ballerini, una coreografia per cui non avrei fatto ricorso ai soliti elementi teatrali.
In realtà, ciò che m’interessa nel mio mestiere, è il solo piacere del movimento e come far nascere questa magia, vedere qualcuno preso dal e nel movimento. Il Flamenco è per me una danza sacra, spirituale come le danze indù o africane. Ho pensato che appoggiandomi ad esso a cui sono vicina, mi sarei offerta maggiori possibilità di toccare codesta magia. Dal flamenco ho preso l’Isolamento, il modo con cui i ballerini animano esattamente una parte del corpo, la mano, il polso - l’effetto è terribile.

Io cerco anche lo spirito del flamenco, il grido immenso ch’esso lancia. E ho trovato una eco, un grido identico che lanciano i gruppi rock. Tutto a un tratto, attraverso riferimenti organici, il flamenco m’ha condotta al rock. Non si può dire che le interpretazioni dei cantanti rock siano fatte di movimenti graziosi. La domanda sarebbe piuttosto «fin dove può mettersi per intero nelle cose?». I tre chitarristi di rock che eseguono la musica di Calambre saranno sulla scena a fianco dei ballerini. Chitarra, canto, danza sono riferimenti al flamenco per uno spettacolo che sarà bastardo, impuro, a mia immagine e a quella di tanti altri, allo stesso modo che io non mi sento né totalmente spagnola né totalmente francese.

Ho cercato a lungo. Avrei preferito Duende ma il titolo è già stato preso da un altro che ha fatto un lavoro su Lorca. Lorca parla della Musa per i Greci, dell’Angelo per gli Italiani, e del Duende, del Demonio (ma un demone fertile) per gli Spagnoli. Quando un ballerino balla, un cantante canta, un chitarrista suona, sono circondati da un’aura, sono trascesi, avviene qualcosa di completamente magico: questo è il Duende. È del fuoco che c’è, viene, parte. Ho finalmente scelto di chiamare il mio balletto Calambre. È un crampo, ma un crampo che proviene da una scarica elettrica. Tratto dal flamenco, è vero che si ha questo genere di impressione quando Ballano: essi si trattengono e poi, tutt’a un tratto, una scarica elettrica attraversa il loro corpo.

Per Calambre, io non mi sono appoggiata su nessun tema teatrale. Agli inizi, avevo semplicemente il movimento, i passi, l’energia. Ho dovuto lavorare sulla scrittura coreografica, lavorarla davvero. Un vero disegno con l’inchiostro di China. Io prendevo un movimento flamenco e lo facevo scendere un poco dal suo livello affinché divenisse rock, e viceversa. Tutto ciò che non era né flamenco né rock era danza contemporanea (così il “solo” di Françoise Leick in cui essa è NDLR). Nell’insieme, io mi sono sforzata per non cambiare, per resistere a quei Kitsch, le case ornate in una certa maniera, le cose non troppo serie. Ma là, ero in un altro stato d’animo, quasi ascetico. Allora per quella volta, ho spogliato ed ho lavorato contro me stessa. C’è anche la nozione di nostalgia. Essa era forte in May be, Babel Babel e Hymen.
Con Calambre, ho voluto un’emozione senza nostalgia, un’emozione coraggiosa.

(in Catalogo Romaeuropa Festival 1986)


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