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Cartellone 2003




ALLADEEN
Teatro Valle, 17, 18, 19 ottobre 2003 Regia Marianne Weems
Ideazione Keith Khan, Marianne Weems e Ali Zaidi
Scene Keith Khan e Ali Zaidi (motiroti)
Testo Martha Baer
Visuals Christopher Kondek
Suoni Dan Dobson
Luci Jennifer Tipton
Performers Rizwan Mirza, Heaven Phillips, Tanya Selvaratnam, Jasmine Simhalan, Jeff Webster
Durata 75 minuti

Co-produzione Romaeuropa Festival 2003, Arts International, Barbican BITE:03, Le-Maillon, Strasbourg.
Commissionato da The Wexner Center for the Arts, Museum of Contemporary Art, Chicago, The Walker Art Center, REDCAT (Roy and Edna Disney/CalArts Theater), MIST Residency Program at The Kitchen.

Alladeen, realizzato da Marianne Weems per la Builders Association di New York e dalla compagnia londinese Motiroti, rielabora uno fra miti più affascinanti del vicino e lontano Oriente, Aladino, il genio della lampada, ed offre, incrociando spettacolarizzazione e cultura, uno specchio quanto mai privilegiato sulla più pura (e quotidiana) mistificazione.
L’Aladino di Marianne Weems e di Moti Roti si muove nell’etere delle metropoli solo apparentemente agli antipodi culturali (New York, Londra, Bangalore), traducendo ai giorni nostri l’archetipo di un personaggio a cui è demandata la realizzazione di ogni desiderio, fra fiaba e tecnologia.
Alcuni operatori telefonici di Bangalore subiscono un’inarrestabile mutazione culturale e mentale. Nei call-center che una società americana ha creato in India per ottimizzare i costi, giovani indiani sono addestrati a sembrare perfetti centralinisti yankee della porta accanto, imitandone perfino gli accenti. Il loro lavoro è fondato sulla trasformazione di se stessi (della propria identità? Della propria cultura?): come Aladino solcava i cieli con i mille volti che gli concedeva il genio della lampada, le loro voci corrono ingannevoli dall’India ai quattro angoli degli States.
Sono help desk dall’anima camuffata dalla computer grafica, perennemente in cerca di un’identità che si fa sempre più spuria e contaminata, comunque mutevole secondo i desideri, ragazzi proteiformi che citano a memoria la sit-com Friends e vengono travolti dai loro modelli americani a tal punto da dimenticare chi sono stati e cosa vorrebbero essere.
L’Aladino multimediale parla di una realtà che è anche la nostra. Questo mondo commenta se stesso attraverso il riflesso deformato di proiezioni da Bangalore, Londra e New York, che ripensano la globalizzazione multimediale come un gioco di specchi in cui qualcosa non torna. La distanza sembra trasformarsi in una nuova forma di presenza mentre quel che siamo cambia alla bisogna, sfuggendo persino a noi stessi. La tecnologia si prende gioco di noi, se il nostro interlocutore telefonico può essere dall’altro capo del pianeta mentre lo pensiamo dietro l’angolo, se smarriamo l’identità delegando i nostri sogni ai personaggi di una frizzante serie tv americana, se la verità e finzione si travestono fino a non essere più riconoscibili.
Alladeen si muove così in un gioco di false trasfigurazioni e percezioni fuorvianti, all’interno di un mondo in cui un Grande Fratello planetario amplifica l’inganno ed annebbia le nostre possibilità cognitive.

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